Hora di bai

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Uno dei romanzi più importanti della letteratura capoverdiana dedicato alla vita dell'Arcipelago afflitto dalla siccità e dalla carestia. Hora di bai è un romanzo sociale dotato di una colonna sonora fatta di mornas e di coladeiras, intrise di malinconia, di speranza, di dolcezza o, per usare espressioni locali, di sodade e di morabeza. Il libro è un prezioso documento storico e, al contempo, la lucida testimonianza di un dramma all’epoca totalmente ignorato dalla comunità internazionale.
Autore
Manuel Ferreira
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Hora di bai

di Manuel Ferreira 

[Capoverde]

pag 144

 

Manuel Ferreira e la tragica epopea  capoverdiana

Hora di bai è un’importante opera, testimonianza della letteratura lusofona, i cui temi sono transitati nella nostra cultura attraverso la musica di Cesária Évora, la cantante simbolo di Capo Verde scomparsa recentemente.

Capo Verde è un arcipelago afflitto da una nuova siccità e a farne le spese è il popolo, costituito soprattutto da contadini e piccoli allevatori.
Nelle vite dei personaggi, il giovane Chico Afonso o nha Venância, sembra riassumersi la tensione di un intero popolo, sempre in bilico tra il desiderio di partire e la necessità di restare. Molti si imbarcano verso altre isole dell’arcipelago con la speranza di trovare terre più fertili e genti meno falcidiate dalla fame, ma chi si dirige verso l’arcipelago di São Tomé e Príncipe, troverà ad attenderli il lavoro forzato nelle monocolture del caffè e del cacao. Chi rimane, invece, dovrà aspettare con fiducia e rassegnazione l’arrivo delle piogge.

Hora di bai è un romanzo sociale dotato di una colonna sonora fatta di mornas e di coladeiras, intrise di malinconia, di speranza, di dolcezza o, per usare espressioni locali, di sodade e di morabeza. Il libro è un prezioso documento storico e, al contempo, la lucida testimonianza di un dramma all’epoca totalmente ignorato dalla comunità internazionale.

 

 

Autore

Manuel Ferreira all'inizio degli anni '40, un giovane intellettuale portoghese approdava, come recluta di un distaccamento militare, sull'arcipelago di Capo Verde, non sapeva ancora che il destino gli avrebbe riservato avvenimenti in grado di sovvertire la propria biografia in maniera radicale. Nel volgere di pochi anni, infatti, assumendo per osmosi i tratti identitari dell'abitante delle isole, ovvero quel codice caratteristico che prende il nome di caboverdianidade, e vivendo appieno il contatto con l'humus, con il sostrato umano e intellettuale dell'arcipelago, Manuel Ferreira si era di fatto trasformato in uno scrittore capoverdiano a tutti gli effetti. A irrobustire questo viscerale processo di integrazione e di fusione con il luogo aveva sicuramente contribuito la convivenza con Orlanda Amarilis, compagna di tutta una vita e una delle maggiori rappresentanti della narrativa isolana.4

 

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Le deviazioni inaspettate sul percorso dell’esistenza, specie le più eccentriche rispetto alle ipotesi e ai piani – per quanto labili – per il futuro, sono spesso foriere di conseguenze decisive. Quando, all’inizio degli anni ’40, un giovane intellettuale portoghese approdava, come recluta di un distaccamento militare, sull’arcipelago di Capo Verde, non sapeva ancora che il destino gli avrebbe riservato avvenimenti in grado si sovvertire la propria biografia in maniera radicale. Nel volgere di pochi anni, infatti, assumendo per osmosi i tratti identitari dell’abitante delle isole, ovvero quel codice caratteristico che prende il nome di caboverdianidade, e vivendo appieno il contatto con l’humus, con il sostrato umano e intellettuale dell’arcipelago, Manuel Ferreira si era di fatto trasformato in uno scrittore capoverdiano a tutti gli effetti. A irrobustire questo viscerale processo di integrazione e di fusione con il luogo aveva sicuramente contribuito la convivenza con Orlanda Amarilis, compagna di tutta una vita e una delle maggiori rappresentanti della narrativa isolana.

Scrittore capoverdiano, dunque, per vocazione e sentimento; testimone di quell’afflato ereditato dalla secolare tradizione lusitana in cui la dimensione del viaggio si realizza oltre il concetto di spazio geopolitico per esaltare invece le ricchezze della cultura e della lingua nelle loro varianti. E al contempo lontano tanto dai paradigmi dell’esotismo e del paternalismo tipici di una certa figura di intellettuale engagé di quell’epoca, quanto da quegli artisti viaggiatori che ricavarono dall’Africa una lezione di natura formale e, non di rado, le coordinate dell’illusorio ritorno a un primitivismo, a un’innocenza e a una selvaggeria indispensabili alla loro definitiva perdizione. Lontano, infine, da quegli scrittori africani a lui coevi, africani soprattutto per dati anagrafici, si intenda, che avevano scelto invece la trasmigrazione culturale nel segno di una portoghesizzazione fittizia. Percorso inverso, quello di Manuel Ferreira: da un Portogallo isolato e retrivo, inghiottito dagli anni bui del regime salazarista, in direzione dell’arcipelago atlantico, minato dal clima e dalle condizioni endogene di una terra difficile e spesso nemica.

La compenetrazione, lo studio e la divulgazione della cultura di Capo Verde, vengono fin da subito percepiti da Manuel Ferreira come una sorta di mandato, condotto nel tempo con passione e convinzione, a costo di venire isolato, una volta rientrato in patria, da un’intellighenzia per certi versi lontana e diffidente che non ha saputo districarsi nelle difficoltà – del tutto esteriori – della sua collocazione nell’universo della letteratura: un portoghese neorealista attratto più tardi – come molti della sua generazione – dalle sirene del nouveau roman? O un capoverdiano regionalista? Forse, più semplicemente, un narratore universale abbracciato da un terra all’apparenza inospite e desolata, ma dotata di una cultura originale e aperta alla costruzione di straordinari rapporti umani.

Nato nel 1917 non lontano da Leiria, Manuel Ferreira debutta nella narrativa con Grei, raccolta di racconti che risalgono ai primi anni ’40 in cui descrive nelle tinte di un affresco provinciale la sua infanzia portoghese inquadrata in una serie di microcosmi lusitani: pennellate di iconografia locale in cui riecheggia, riconoscibilissima, la lezione delle grandi letture della prima formazione (da Thomas Mann ai classici russi) e poi, via via, la lezione neorealista destinata a segnare snodi importanti del suo lungo percorso (in particolare l’influenza di Joaquim Namorado, Sidónio Muralha e Alves Redol). Precoce e priva di compromessi è l’impronta antifascista che risalta di immediato nel codice dello scrittore e a causa della quale la PIDE, famigerata polizia politica del regime, non gli risparmia l’esperienza della prigionia. La svolta nella biografia, come già visto, avviene nel 1941 quando, militare, sbarca a Mindelo, allora capitale culturale dell’arcipelago.

A Capo Verde sono gli anni del risveglio culturale alimentato da un gruppo di giovanissimi intellettuali isolani che leggono avidamente le avanguardie portoghesi ma soprattutto la poesia, il saggio socio-antropologico e il grande romanzo regionalista che giungono dal Brasile (da Manuel Bandeira a Gilberto Freyre, dal primo Jorge Amado a Graciliano Ramos e José Lins do Rego) e in cui riconoscono un perfetto corrispettivo, collocato dall’altra riva dell’Oceano e descritto nella stessa lingua, del loro ekos minato da siccità, sfruttamento e abbandono. Nelle intenzioni di questa generazione, in netta contrapposizione rispetto a quegli imitatori di ripetitivi modelli ereditati dalla tradizione lusitana, accondiscendenti nei confronti del potere e spesso perfino delatori, di cui era maldestramente abitata la pseudo-cultura coloniale, risalta soprattutto la strenua ricerca di una autodefini­zione della cultura attraverso il riconoscimento della propria originalità: “essere autenticamente” e “piantare i piedi per terra” sono i loro manifesti; affermarsi dunque, come entità indipendente, e di conseguenza amarsi, celebrando le proprie radici anche in direzione di Madre Africa, senza tuttavia rinunciare alla matrice latina, cattolica e soprattutto lusofona ereditata dalla Storia.

Ne consegue, tanto nella poesia quanto nella narrativa, una letteratura – se non ancora dichiaratamente militante – comunque sempre più aperta all’intervento sociale e in cui i temi della fame, delle cicliche siccità che devastano le isole decimandone la popolazione e del dramma conseguente dell’emigrazione spesso forzata non rappresentino più un tabù nel lessico e nell’immaginario dell’universo lusofono. Come è ovvio, Lisbona si oppone fermamente alla divulgazione di questi codici valutati nel loro innegabile potenziale sovversivo: la risposta è una forma resistenza declinata in pagine di raffinata cultura letteraria abitate anche da riflessioni antropologiche e saggi di linguistica (con innovativi studi sul creolo): ne sono esempi la rivista “Claridade”, fondata nel 1936 proprio a Mindelo, ma anche “Certeza”, nata pochi anni più tardi, in cui il ruolo di Ferreira risulterà fondamentale.

Il legame di Manuel Ferreira con l’universo delle isole non si attenua al suo rientro in patria. Anzi, la tematica capoverdiana resta centrale nella sua scrittura (con i racconti di Morna, del 1948 e quelli di Morabeza, nel 1958, più tardi riuniti in un unico volume dal titolo Terra trazida e con i romanzi Hora di Bai, nel 1962 e Voz de prisão, nel 1971). Parallelamente alla dimensione della letteratura, Ferreira intraprende una proficua e instancabile attività di saggista (con A aventura crioula, nel 1967 e ancora O discurso no percurso africano, 1989), di divulgatore (con la cura dei tre volumi dell’antologia di poesia africana di lingua portoghese dal titolo No reino de Caliban e con la fondazione della rivista “Africa”), di studioso (con l’introduzione della cattedra di Letteratura africane di espressione portoghese alla facoltà di Lettere di Lisbona subito dopo la Rivoluzione dei Garofani) e infine di editore (fonda e dirige la casa editrice Plâtano, specializzata nelle letterature africane lusofone).

In particolare nel saggio A aventura crioula, analisi socio-antropologica della cultura capoverdiana, Manuel Ferreira sviluppava alcune tesi fondamentali per comprendere i meccanismi della sua formazione. La principale insisteva sull’unità etnica del creolo, la sua alta omogeneità culturale e la sua peculiare personalità innervata di caratteri differenti sempre meno ori­ginali e lentamente confluiti in un singolare fenomeno di transcultu­razione. Con una certa naivetédettata sicuramente dall’epoca, lo scrittore tendeva a celebrare la simbiosi di due culture in transito verso una perfetta armonia: quella afri­cana e quella europea. Non è difficile ravvisare in queste riflessioni l’adesione più o meno velata alle suggestive ipotesi sociologiche propugnate dal brasiliano Gilberto Freyre, teorico del luso-tropicalismo. Una lettura forzata e parziale di questa retorica, di fatto, risultò funzionale alla strumentalizzazione da parte di Lisbona: l’idea di nazionalità basata sull’integrazione umana poteva condurre in direzione dell’autoaffermazione, ma poteva anche essere usata per propagandare il “successo” della politica ultramarina por­toghese.

A fugare ogni possibile ambiguità di ideali, la lettura di Hora di Bai, tragica epopea della fame, ci restituisce la cruda realtà delle isole al pari dei grandi narratori della letteratura capoverdiana (si pensi a Manuel Lopes, Baltasar Lopes, Teixeira de Sousa fra gli altri).

Dall’entroterra della poverissima isola di São Nicolau, colpita da una delle più terribili carestie della sua storia, si muove la leva, il tragico esodo di spettri sospinti dalla fame che li condurrà all’imbarco per l’effimera speranza dell’isola di São Vicente e poi, fatalmente, per il secondo viaggio verso le roçasdell’arcipelago di São Tomé e Príncipe, dove li attende il lavoro forzato, vera e propria forma di schiavitù legalizzata nelle monocolture del caffè e del cacao che arricchiscono le compagnie portoghesi e straniere.

Lo spazio da cui prende origine questa lenta progressione disperata è l’arcipelago “che sta finendo nel nulla”, circondato dal mare, dagli insondabili orizzonti e dalle terre lontane, soltanto immaginate, che troppo spesso hanno nella realtà il solo corrispettivo di una promessa di schiavitù come unica forma di sopravvivenza alla fame. Le contingenze della Storia delle isole, terreno endemico di cicliche carestie, le secas, sono segnate dall’anno in cui si svolge il romanzo, il 1943: la siccità ha decimato la popolazione; l’isolamento inscritto nelle coordinate geografiche di questa remota appendice oltremarina del colonialismo portoghese è acuito da quelle storiche e politiche: il consolidarsi del regime oligarchico e corporativo di Salazar nella fittizia “madrepatria”; l’immane tragedia della II Guerra nel resto del mondo.

A quale destino possono aspirare i diseredati di São Nicolau, che delle isole tutte si erge a fatidico emblema? La risposta sembra essere contenuta nella maledizione di un’implacabile madre natura che si allegorizza in un feto partorito nello spazio liminale della nave, dove convivono speranza e disperazione, e abbandonato al mare che lo riceve come una tomba. È proprio il mare che circonda le isole, oltre a provocare sensazioni di sfida, a suggerire all’uomo che lo contempla il confronto con la vastità della natura, permeandone la psico­logia, infondendogli quel sentimento di sodade, variante creola della saudade portog­hese, che lo accompagnerà per tutta la vita, sia che esprima i suoi stati d’animo in patria, sia fuori, quasi sempre at­traverso le note di unamorna. Di fatto, è proprio attraverso la musica che il capoverdiano non solo si racconta liricamente ma afferma la sua personalità, creando un’arte originale ed emblematica che lo contraddistingue. Nel romanzo, la melodia struggente e popolare che fa da coro alla tragedia creola, è affidata al personaggio di Chico Afonso, vero e proprio depositario (insieme ad altri personaggi chiave come la vecchia Nhâ Venância) dei segni peculiari della caboverdianidade come la morabeza, l’amorevolezza comprensiva e languida tipica della cultura creola.

Sul veliero Senhor das Areias, palco di mille recite a soggetto, si confrontano, in una dialettica frustrata da una storia già scritta, le due dimensioni, dinamica e statica, dell’ontologia creola: partire se la natura volterà ancora le spalle o viceversa restare se la pioggia permetterà di irrigare i campi scarni conquistati a fatica alla dura terra. Il romanzo si apre con il verbo empurrados (“spinti”), ovvero con il movimento: il miraggio che sposta la leva dei disperati è un piatto di cachupa. Le conseguenze, invece, conducono – salvo r

brossura
lIbro nuovo

Recensioni

Domenica, 19 Aprile 2015

la tragica epopea capoverdiana, il romanzo di un popolo

un capolavoro assoluto

(R)